Le parole di Luigi Serafini, artista che ho scoperto di recente, mi offrono un primo accesso al tema della scelta:

[…] Si chiudono tantissime finestre e se ne aprono delle altre […] A me affascinano molto le relazioni tra le cose. L’infinito, una cosa che noi facciamo finta che sia, magari, nel cielo, ma noi in ogni istante della nostra esistenza siamo all’interno di questa infinita possibilità di tutto. Tutto quello che ci circonda ci può rimandare a infinite altre cose. Viviamo al centro di una raggiera di possibilità. Se tu assumi questo come sistema ti rendi conto di essere in questa infinita tessitura borgesiana del reale. [Intervista a Luigi Serafini, Hamelin, n.43 (2017)]

Seguendo questa immagine, scegliere significa operare una selezione all’interno di una raggiera di possibilità. Ogni scelta comporta una rinuncia: alcune possibilità si chiudono, altre si aprono.

Ma con quali criteri effettuo le mie scelte?

Mi muovo spesso dentro una dubbiosità tormentosa: perfezionismo, bisogno di fare la “cosa giusta”, altre pressioni interne che si accavallano.

Eppure, accanto a questo, c’è sempre stato un ascolto più profondo.

Sento che c’è una parte che cerca di cogliere la sintonia con quello che mi accade. Come se di fronte all’infinita raggiera, ci fosse la possibilità di operare una scelta e orientare il movimento.

È bene che in questo momento mi metta a scrivere le mie riflessioni sulla scelta o è meglio attendere un tempo diverso? È il momento di interrompere il dialogo con quella persona o c’è ancora spazio per mettere ulteriori parole e riflessioni? E così via.

Chiamo criterio estetico questo modo di rapportami a me stesso e muovermi nel mondo. Non mi riferisco qui né a una teoria del bello né a una competenza artistica, ma a una modalità dell’esperienza che implica sensibilità al dettaglio, tolleranza dell’ambiguità e apertura a ciò che accade nell’incontro.

Proprio in questi giorni sono stato scelto da una poesia di Roland Harris:

“I ask a fresh version”

I know nothing. I ask. When one replies to me,

I mark what is said in bone and artery.

Blood says: this is true,

and that’s but a mask.

Scegliere significa per me cercare una versione fresh.

Potremmo chiamarla pura, incontaminata, originale. O, più con i piedi per terra, un qualcosa che sia nuovo per il momento, non usato o abusato. La nuova versione del me stesso che emerge quando mi dispongo con qualcuno o verso qualcosa nel tentativo, di sentire con il sangue e con le ossa, di non farmi confondere dal chiacchiericcio della mente.

Scegliere significa anche ascoltare il coro di voci dentro e intorno a me. Voci che mi hanno formato, ispirato e nutrito.

Ogni volta sentire quale voce sia adatta al momento presente: se è un automatismo, un già noto ammuffito o una voce viva.

Allora, anche la citazione diventa una scelta, come se decidessi di rendere omaggio a ciò che in quel momento emerge in me con associazioni imprevedibili.

Nella scelta c’è spesso anche una quota di improvvisazione.

Come se non potessi mai sapere in anticipo cosa farò o dirò, come se scegliere fosse un lasciar dispiegarsi davanti ai miei occhi una possibilità e dire ad essa il mio sì.

O anche il mio no.

Diviene fondamentale la capacità di raccoglimento: ritagliare, nella cacofonia dell’iperstimolazione che ci assale, uno spazio in cui rallentare e disporsi all’ascolto. Ascoltare per distinguere il suono dal rumore, il segnale dall’interferenza. E via via, scelta dopo scelta, creare un percorso, una via nella selva.

Quando avevo vent’anni, rimasi folgorato dalla risposta che Don Juan diede alle insistenti domande di Castaneda su cosa fare e dove andare. Il vecchio sciamano, perentorio come sempre, non aveva dubbi su quale criterio utilizzare per scegliere la propria strada.

Nella mia memoria, le sue parole – ancora vive, ancora vere – suonano così: “Di fronte a una strada, qualsiasi essa sia, poni a te stesso – e a te stesso soltanto – una domanda: questa strada ha un cuore? Se ce l’ha, seguila; se non ce l’ha, non serve a nulla.”

Questo, per me, è un altro criterio di scelta: questa strada ha un cuore?

Avverto in essa una pulsazione vitale, una possibilità di accensione d’anima? Se non la sento, di solito mi stanco e lascio perdere.

Spesso, nella mia vita, mi sono domandato: sono stato io a scegliere o sono stato scelto?

Come se mi percepissi collegato a una serie infinita di filamenti, ognuno dei quali esercita una trazione, grande o piccola, su di me. A volte ho proprio avuto la sensazione di non essere stato io a scegliere ma di aver risposto a un “tiramento” che, detta così, non suona molto poetico…

Ero io a scegliere? Ero io a proiettare il mio desiderio sull’altra o sull’altro, lasciando che fosse lei o lui a portarlo nel campo dell’incontro? Non lo so e forse non lo saprò mai.

Ma questo non mi turba. Mi piace l’idea che non si possa definire con chiarezza cosa ci spinge ad agire. Mi affascina il campo di forze in cui siamo immersi; mi affascina pensare che siamo, forse, il risultato dell’abbraccio e della lotta tra libero arbitro e i vortici energetici che ci sospingono. In questo campo scegliere, ancora una volta, è percepire una risonanza e darle seguito.

Qui la scelta perde la sua pretesa di purezza. Non è mai solo mia. È sempre il punto d’incontro tra ciò che sono e ciò che mi attraversa. Tra un impulso interno e qualcosa che viene da fuori.

Dentro ogni decisione convivono voci diverse, spinte divergenti, possibilità che si contendono lo spazio. Non scegliamo da un centro stabile, ma da una molteplicità in movimento.

Eppure, in mezzo a questo intreccio, a volte qualcosa si chiarisce. Non come certezza, ma come intensità. La strada che ha un cuore vibra in modo riconoscibile, come se una parte di noi – una tra le molte – trovasse lì la sua direzione, almeno per il prossimo tratto.

Luca Panseri