Sabato 11 aprile, alle 19:00, è avvenuto un improbabile incontro in quel di Montagnola: otto corpi-mente si sono incontrati attorno a del buon cibo e del buon vino. Le ragioni del loro incontro le possiamo leggere qui (La nostra visione), così espresse da Stefania e Luca: “I Dialoghi di Montagnola nascono dalla decisione di investire le nostre energie in ciò che ci appassiona e vibra in profondità, concentrando il nostro impegno in un progetto condiviso. Immaginiamo uno spazio liminale, in cui visioni del mondo e riflessioni sul senso del nostro essere si incontrino per tessere una trama che possa ispirare e sostenere chi si sente di contribuire al dialogo. Dopo una vita spesa nella ricerca, nella pratica clinica e nelle realtà aziendali e dopo quattro anni di vita in Canton Ticino, desideriamo radunare amici e studiosi che condividono l’urgenza di custodire il fuoco di ciò che per noi è essenziale e vitale nell’esistere.”

Alcuni di noi non si erano mai incontrati e la serata è stata anche l’occasione per conoscersi. La conversazione si è subito sviluppata lungo molteplici riflessioni e ragionamenti, emersi in modo spontaneo, con ognuno che contribuiva con la propria prospettiva o curiosità.

In questo piccolo caos creativo, mi è rimasta impressa la sottolineatura da parte di Luca (Panseri) circa il desiderio suo e di Stefania che questi non fossero degli incontri tra persone che avrebbero condiviso unicamente l’eleganza o l’erudizione dei loro pensieri, o i contenuti delle rispettive discipline, ma occasioni di incontro realmente capaci di generare contaminazione reciproca e trasformazione nel corso delle interazioni che sarebbero avvenute nel tempo.

Nell’esteriorizzazione di questo desiderio, Luca ha aggiunto che il congresso di ottobre era cosa secondaria, che molto più importante era ciò che sarebbe accaduto prima, nelle interazioni che ci avrebbero portati al momento del congresso.

Lo ammetto, questa sua suggestione, che i nostri incontri siano trasformativi, e questo ribaltamento di prospettiva circa l’importanza secondaria del congresso che ci ha riuniti, mi hanno interrogato. Non perché io sia a disagio con il tema del cambiamento, della trasformazione, del mettersi in gioco in uno scambio in grado di contaminare e lasciarsi contaminare, ma perché, dalla mia prospettiva, rischiamo di entrare in un territorio paradossale.

Ora provo a spiegarmi.

Nel corso della serata abbiamo sfiorato il tema dell’autenticità, e per un momento mi sono immaginato una riunione di persone dove viene proferita la seguente ingiunzione: “obbiamo essere autentici”. È noto che una tale ingiunzione, pur chiedendo una cosa, rischia di produrre il suo opposto. Infatti, rimanendo sul piano della sua logica, se si disobbedisce all’ingiunzione si rifiuta l’autenticità; se si obbedisce all’ingiunzione si rischia di simulare l’autenticità, quindi di negarla. Naturalmente, è altresì possibile liberarsi da questa piccola trappola scegliendo di porsi su un altro piano prospettico e usare della libertà che esso consente, aggiungendo magari una seconda ingiunzione, con il seguente contenuto pragmatico: ogni ingiunzione è solo un suggerimento e ognuno è sempre libero di scegliere di muoversi come meglio crede.

Temo che il desiderio che un dialogo sia trasformativo possa diventare, anche involontariamente, una cornice normativa capace di limitare proprio quella libertà da cui una trasformazione autentica potrebbe eventualmente nascere. Mi interrogo sulle condizioni che permettono a una trasformazione di avvenire senza trasformarla in compito, aspettativa o misura implicita del valore dell’incontro che la potrebbe promuovere.

Nello scrivere queste parole, mi ricollego alla pratica di movimento e danza consapevole che promuovo nel mio spazio, in Area 302. All’inizio di ogni pratica è previsto un momento in cui chi propone la traccia musicale offre alcuni puntatori. Nel farlo si aggiunge sempre che non è assolutamente necessario seguirli, che ognuno è libero di non scegliere quei puntatori, scegliendone altri, oppure non scegliendone nessuno (sempreché sia possibile), lasciando che sia lo spazio di pratica a rivelare cosa contiene, in termini di esperienze potenziali. Certo, tutti i praticanti scelgono di partecipare alla pratica, ma subordinatamente a quella loro scelta esiste solo uno spazio di libertà, cioè di scelte non ancora attualizzate.

Sia ben chiaro, le parole pronunciate da Luca non avevano il sapore di un’ingiunzione, erano anch’esse solo un puntatore, ma questo non era seguito da una frase che aggiungeva che ognuno poteva muoversi anche secondo puntatori differenti, o in assenza di puntatori.

Le parole sono costruttrici di realtà: formule magiche particolarmente potenti quando i significati che veicolano restano in parte latenti, come quando Luca ha espresso, non ricordo più con quali esatte parole, di non essere interessato a ripetere esperienze che aveva già vissuto con altri gruppi di ricercatori.

Fare del dialogo, e della scrittura, un possibile strumento di trasformazione, rendendosi vulnerabili alla contaminazione reciproca, è qualcosa che condivido appieno, e ritengo che Stefania e Luca abbiano invitato gli attuali partecipanti dei Dialoghi di Montagnola proprio perché hanno visto in noi questa capacità di muoverci con questa qualità, cioè hanno scorto in noi la presenza di quella scintilla sacra che, ognuno in modo differente, si sente chiamato a custodire e manifestare.

Perché allora sottolineare questo desiderio-aspettativa circa gli effetti che gli incontri idealmente produrranno nei partecipanti? Se gli ingredienti che sono stati raccolti sono compatibili, e di qualità, e se si è scelto di partecipare a questa pratica dell’incontrarsi in anticipazione al congresso, sia in presenza sia tramite contributi scritti condivisi, perché aggiungere l’auspicio che il nostro processo sia trasformativo e personale? E mi chiedo anche: può davvero essere altrimenti?

Mi permetto di condividere un’esperienza che ho avuto con Francesca. Tra febbraio e maggio 2025, assieme a Patrizia Verdiani, abbiamo organizzato dodici incontri incentrati sull’ascolto e sull’esplorazione, critica ma rispettosa, del vissuto di ogni partecipante, in relazione al tema delle “Luci e ombre sul cammino psicospirituale” (chi è interessato può scaricare il numero 32 di AutoRicerca). Ricordo che al termine del sesto incontro Francesca ha espresso la preoccupazione che qualcosa non stesse funzionando, che ci stessimo allontanando dallo scopo degli incontri, dando eccessivamente spazio ad argomenti naturalmente interessanti ma non quanto i nostri processi interiori, aggiungendo che forse non ci stavamo mettendo abbastanza in gioco. Intendiamoci, considerava gli incontri un successo, ma nondimeno rimaneva con la sensazione che da un incontro all’altro i presenti avessero sempre più esulato dalle intenzioni originarie, per “vagare negli spazi siderali”.

Colgo un parallelo tra queste sensazioni di Francesca e le attese che ha condiviso Luca nel corso del nostro incontro. La mia prospettiva, come Francesca ricorderà, era diversa: quello che per lei segnava un possibile allontanamento dallo scopo del gruppo, io lo consideravo parte integrante del processo di chiarificazione in atto, inteso come scambio di pensieri orientato alla comprensione reciproca e alla co-costruzione di senso, nel tentativo di far emergere una maggiore porzione di verità, a prescindere dal coinvolgimento esperienziale dei partecipanti, comunque difficile da valutare.

Non sto difendendo il primato del teorico sull’esperienziale, né quello dell’argomentazione sulla vulnerabilità. Sto piuttosto cercando di difendere uno spazio in cui nessuna di queste modalità debba presentarsi come quella più autentica, più profonda o più conforme allo spirito del gruppo. A volte il pensiero teorico è il luogo in cui qualcosa di estremamente personale si sta cercando; altre volte, un’esposizione personale può rimanere in superficie. Non credo sia opportuno stabilire in anticipo quale forma possa o debba assumere il nostro metterci in gioco, cioè il nostro “giocare insieme”.

C’è poi un secondo aspetto che vorrei condividere. Non riesco a considerare il congresso come qualcosa di secondario, ma piuttosto come l’elemento primario che ha reso possibile il nostro incontro. È il congresso che ha determinato la configurazione iniziale del gruppo, ed è la scelta di parteciparvi che permette i nostri incontri e le future aggregazioni. Non è un caso secondo me che Stefania e Luca siano partiti dal congresso, e non da una più generica proposta di incontrarci per condividere esperienze e prospettive.

Questo non significa che il congresso debba ingabbiare il nostro incontrarci. Ma costituisce la nostra scelta primaria: la cornice concreta entro la quale possiamo creare qualcosa assieme. Il nostro gruppo nasce per dare forma a un contributo plurale in vista di un evento. In questo senso, il congresso non limita il nostro dialogo: lo rende possibile.

Nella prospettiva dell’evento di ottobre, Stefania e Luca si sono fatti interpreti di quelli che potranno essere i nostri contributi, scrivendo un primo testo descrittivo. In questo sforzo, hanno cercato un elemento connettivo tra i relatori, consapevoli che quello era necessariamente un testo in evoluzione. Domanda: quanto è forte quel connettivo? È espressione di una concordanza piena tra i nostri punti di vista, o contiene delle interessanti diatribe? Uso qui il termine “diatriba” nella sua accezione originale, di esposizione argomentativa orientata alla ricerca della verità. Nel nostro primo incontro abbiamo già visto alcuni elementi di una possibile e interessante divergenza, ad esempio sul senso da attribuire al simbolo del corpo come veicolo di un’esperienza incarnata. Il riferimento è solo alla nostra biologia, oppure contempla ogni possibile aspetto della nostra manifestazione, dai più densi ai più sottili? Non sono sicuro che vi sia allineamento di vedute al riguardo, ed è un bene che sia così.

In questo gruppo di viandanti e cartografi sono presenti prospettive molteplici e intelletti effervescenti, animati anche da convinzioni forti, e sebbene ci siano molti punti e spunti di incontro, che Stefania e Luca hanno sapientemente intravisto, ci sono anche delle differenze. Pertanto, se è indubbio che il gruppo racchiuda un notevole potenziale, è davvero arduo anticipare, foss’anche nella forma di un desiderio, cosa potrà realmente avvenire prima del congresso.

Similmente a quando pratico movimento libero, mi sento più nella postura di una persona che si rende semplicemente disponibile a onorare ciò che emergerà. Se la discussione sarà più incentrata sullo scambio di prospettive astratte, per me va bene, sono sicuro che mi sentirò nutrito dallo scambio, a prescindere da quanto avrò avuto l’impressione che ci siamo messi in gioco a livello personale.

In tutta evidenza, questo mio primo contributo al dialogo è soprattutto una risposta all’aspettativa da me percepita di creare incontri di valore trasformativo. Temo che questa aspettativa possa essere di intralcio.

Solo per fare un esempio, Sergej era animato da un torrente di domande, a cui a un certo punto è stato messo un argine. Una scelta differente poteva essere quella di assecondarle e vedere dove ci avrebbero portato. Il mio timore è che, se ci preoccupiamo troppo del valore trasformativo dei nostri scambi, poi rischiamo di perdere di vista la musa che generosamente, in alcuni momenti, ci ispira a seguire direzioni improbabili, solo apparentemente dispersive.

Io sicuramente mi sentirei meno libero se dovessi troppo spesso chiedermi se sto diventando troppo intellettuale in alcune mie esternazioni, troppo poco personale, o autentico, se mi sto aprendo o chiudendo rispetto a un sentire che aleggia nella stanza.

Più semplicemente, vorrei poter seguire liberamente la mia spinta a scoprire e creare meraviglia. Vorrei poter scegliere di non scegliere la trasformazione, ma un incontro senza aspettative, e onorare il detto aureliano che “ciò che piace a te, o universo, piace anche a me”. E vorrei anche poter scegliere di dare massima importanza al congresso che ci ha riuniti, non di vederlo come qualcosa di secondario, ma come l’elemento teleologico che di fatto agisce come vero connettore e attrattore dei nostri incontri e scambi epistolari.

Poi, per quanto attiene alla messa in gioco personale, ognuno di noi è responsabile di fronte alla vita circa il modo in cui cogliamo le diverse opportunità che essa ci presenta.

Naturalmente, è possibile che Luca abbia espresso ben altro da ciò che ho inteso. Risuono pienamente con quanto ha scritto nel 2024, circa l’importanza di decidere se considerarsi solo come esseri gettati nel mondo o anche come attori capaci di immaginare alternative che permettano, almeno a tratti, di immergersi nel fascino di quell’avventura semantica che chiamiamo vita. E condivido nel mio percorso l’importanza di non separare la conoscenza dai processi evolutivi e trasformativi che avvengono in noi. Tuttavia, non ritengo che debba essere una nostra preoccupazione, in consessi come il nostro, misurare il potere trasformativo dei nostri dialoghi, sia esso rivolto a noi o a chi in futuro parteciperà a questa iniziativa.

Immagino lo spazio dei nostri dialoghi e incontri come un contesto scevro da attese, massimamente libero nelle modalità con cui esploreremo le nostre interazioni. Credo che solo così sia possibile immergersi nel fascino di cui parlava Luca.

E nella meraviglia!

Scrivendo questa parola – meraviglia – penso al mio futuro intervento al congresso, che secondo le parole di Stefania e Luca partirebbe dalla fisica contemporanea per formulare un invito a ripensare il reale, riportando al centro l’umiltà epistemica e il nesso tra conoscenza e responsabilità. Sono d’accordo con questa prospettiva suggerita? Lo sono sicuramente circa la necessità di rimanere epistemicamente umili e crescere nella conoscenza con senso di responsabilità. Ma qual è realmente l’accento che desidero dare al mio futuro intervento? Ancora non lo so, ed è bene che sia così, ma tenderei a sostituire l’accento sulla responsabilità con quello sulla meraviglia.

So bene che in questa fase è tutto solo provvisorio e propositivo, che il nostro intento è, per l’appunto, permettere alle nostre prospettive di evolvere al fine di distillare una proposta ottimale il giorno del congresso, frutto della nostra contaminazione reciproca. Una proposta che magari differirà notevolmente da quella che avremmo deciso in questo momento.

Per questo, almeno per ora, scelgo di non scegliere di cosa parlare, e scelgo di non scegliere la trasformazione come scopo, esplicito o implicito, dei nostri incontri. Scelgo piuttosto di rendermi disponibile a ciò che il dialogo e la scrittura, se lasciati sufficientemente a briglie sciolte, saprà generare: pensiero, divergenza, intimità, distanza, chiarificazione, meraviglia… e forse, proprio per questo, avrà come effetto collaterale la trasformazione.

Qui lo dico e qui lo nego.

P.S.: Inizialmente pensavo di parlare dell’importanza della scelta nella costruzione delle teorie scientifiche e, più in generale, nella nostra costruzione del reale. A quanto pare, però, per me era più urgente soffermarmi sulla modalità con cui ci apriamo ai nostri incontri. Proprio in questi giorni, tuttavia, in preparazione a un convegno, ho redatto un testo (senza formule!) in cui accenno all’importanza della scelta, soprattutto quando iniziamo a riconoscere nella realtà fisica qualcosa di molto simile a una grande conversazione. Se siete interessati, il preprint dell’articolo è scaricabile dal mio sito: Una prospettiva concettualistica sul reale: meccanica quantistica, relatività e significato.

Massimiliano Sassoli de Bianchi