Il primo pensiero che emerge è: Quando sono davanti a una scelta, chi/cosa sceglie in me? Ovviamente rispondere io sarebbe ingenuo e riduttivo. Il compito del mio io è riflettere sul perché scelgo cosa. Un io che assolve alla sua funzione di coordinazione della complessa rete di istanze che formano il mio essere, deve essere capace di metacognizione. Col tempo amplia la sua prospettiva e individua più facilmente chi o cosa in me mi spinge a determinate scelte piuttosto che ad altre e quale funzione svolge questa spinta nell’ecologia del mio essere.
La questione della libertà di scelta mi pare meno interessante del comprendere in profondità quale sia la scelta giusta e quale criterio per definire il giusto sia più consono alla mia verità interiore. Per verità interiore intendo ciò che l’anima vuole incarnare, cosa l’anima voglia guarire, risolvere o esperire.
Ho una visione teleologica della vita, per cui credo che ognuno abbia una sorta di compito, poco riducibile in termini univoci, ma che intuiamo e che, nel corso del tempo, possiamo arrivare a formulare. Abbiamo inoltre un sistema di feedback, per cui sentiamo se le nostre scelte sono in armonia con la nostra verità interiore o ci siamo lasciate influenzare dalla miriade di voci che si affollano dentro e fuori di noi.
Quindi si potrebbe dire che la prima scelta che possiamo fare è quella del voler scegliere in modo consono alla nostra verità, una verità che esploriamo per tutta la vita. Ovviamente ci possiamo ingannare. Questo va sempre tenuto in conto. Non dovrebbero esserci né orgoglio né ostinazione, nessuna imposizione e nessuna vergogna davanti alla nostra inadeguatezza. Si procede lentamente verso lo svelamento della verità interiore, che io ipotizzo sempre rivolta al bene. Non credo che esistano anime che si incarnano per il male. Esistono anime confuse. Siamo tutti confusi.
Sembra che io stia dicendo che tutte le scelte hanno un’implicazione morale. Ciò non sembra essere vero. Ma se poniamo le finalità dell’anima come criterio ultimo, potremmo dire che una scelta che le contraddice è moralmente discutibile. Eppure potrebbe non implicare nessun apparente conflitto, potrebbe essere vantaggiosa sul piano pratico, potrebbe essere il risultato di una matura riflessione, potrebbe essere del tutto ragionevole… Ma se sento che mi allontana dalla coesione interiore che è il segnale che sto vivendo in armonia con la mia anima, forse non è la scelta giusta.
Allora il mio piccolo io non è libero di scegliere quello che vuole? Suvvia, il piccolo io non può mai essere veramente libero. Appena si espande almeno un poco il campo percettivo, scorgiamo le reti invisibili che sottendono alla realtà; la libertà è incompatibile con la condizione umana. Eppure facciamo l’esperienza di una relativa possibilità di scelta, che svolge una funzione evolutiva. Apprendere a scegliere bene fa evolvere il campo.
L’io è una mera funzione, un dispositivo che comprende e organizza le informazioni. Io esisto finché vivo in questa dimensione spazio-temporale. In una prospettiva più ampia, ciò che chiamo io è un epifenomeno di questa dimensione e serve al viaggio. Per questo dobbiamo guarirlo quando è ferito, è eccessivamente poroso o egocentrico. Per questo sembra chiamato a scegliere, ma in realtà è solo chiamato a riconoscere la scelta.
C’è un apparente paradosso nell’individuazione: quando l’io raggiunge coesione e consapevolezza, si accorge che il suo nucleo interiore non è l’io. Io sono solo un work in progress. Procedo da una scelta all’altra, le scelte giuste sono quelle che attualizzano in una qualche misura il nucleo interiore, che io chiamo anima, qualcuno lo chiama sé o divino interiore… Se all’io è vietata la scelta, l’autodeterminazione, la relativa libertà, non potrà compiere la sua missione.
Scegliamo di fare la nostra parte o il fatto stesso di vivere implica che stiamo facendo la nostra parte? Non lo so. Diciamo che siamo chiamati a scegliere costantemente quali valori difendere e il modo di esprimerli, quindi la scelta è una costante ineludibile. Non la chiamerei, come alcuni filosofi del secolo scorso, una condanna. Finché posso scegliere, faccio il mio lavoro di essere umano. E più sono cosciente dei criteri che dettano le mie scelte, più espando il campo di coscienza. Se arrivo alla fine del viaggio terreno e non devo operare manipolazioni astruse per giustificare le mie scelte, presumo di aver dato il mio minuscolo contributo.
Mi succede che, se devo scegliere e medito sulla cosa, io chieda apparentemente ad un’istanza superiore quale sia la scelta giusta. Ma in realtà chiedo al mio sé (anima) di ispirarmi la scelta migliore, la scelta più autentica. A volte l’anima non risponde, allora penso che una scelta valga l’altra, la questione non è cruciale e il piccolo io può esercitare il suo piccolo libero arbitrio. Faccio sempre ciò che l’anima mi suggerisce? No, purtroppo no, ma almeno mi accorgo chi o cosa in me sceglie qualcos’altro. Assecondo questa parte per indolenza, ma credo che sarei stata più felice, se avessi sempre seguito cosa l’anima voleva da me, perlomeno quando lo capivo…
Mi è capitato alcune volte di avere urgente bisogno di compiere una scelta e sentire risposte che contraddicevano la ragione. Allora entravo in allarme e mi dicevo: Chi mi ispira questa scelta? Quale complesso, quale obnubilamento oppure quale intuizione incomprensibile, quale anelito (legittimo, illegittimo, fasullo o rivelatore…)?
Alla fine la scelta irragionevole era quella che ubbidiva ad una logica interna che non era aberrante ma saggia, però la mente diurna faceva fatica a capirla.
Altre volte mi sono sbagliata, ho interpretato male i segni, mi sono fissata su qualcosa e mi sono accecata. Ma almeno mi è servito a capire come ci si sente quando ci si convince che la scelta sbagliata sia quella giusta.
È incredibile quanta energia sia necessaria per sostenere una scelta sbagliata. Le scelte giuste, nel migliore dei casi, sono loro a sostenerci.
Prima di mettermi a scrivere, sono entrata in una breve gestazione, che ha mosso l’energia psicofisica e generato una pressione che si è concentrata nel plesso solare, segno che questo è un tema carico, che si presta a mistificazioni e, in qualche modo, minaccia l’identità e la volontà. Sento qualcosa di ombroso e doloroso che si contorce e mi fa intuire come l’animus, la mia parte maschile, carichi la confrontazione con questo tema di rabbia e di un senso di frustrazione.
È l’ombra della scelta, la sua energia diabolica (diabolos sappiamo che etimologicamente significa ciò che separa), che fomenta la scissione e la carica di un’energia maniacale: voler difendere fieramente le proprie scelte, vederle invalidate e svilite, sentirsi messi sotto pressione per compiere scelte che non hanno nulla a che vedere con noi e impossibilitati a vivere le scelte alle quali aspiriamo… E soprattutto la spada di Damocle delle conseguenze, a volte inventate dagli altri per vendicarsi delle nostre scelte inaccettabili.
Mi sono chiesta quale immagine simbolica si costelli davanti all’occhio della mente in relazione al nostro tema. Ne è emersa subito una che mi ha lasciato perplessa, segno che probabilmente è appropriata ma la mente diurna non l’avrebbe scelta.
Più che un’immagine è una frase, molto conosciuta nell’ambito culturale di lingua tedesca. Che si tratti di una frase spuria o di una citazione autentica ci interessa poco. La frase è questa: Hier stehe ich. Ich kann nicht anderes. [Ecco, qui sto. E non posso fare altrimenti.]
Martin Lutero, davanti al tribunale che gli chiedeva di abiurare i suoi scritti contro la Chiesa di Roma, prima rispose: Ci devo pensare. Gli diedero 24 ore per pensarci (e finalmente convincersi che gli conveniva ritrattare). Lutero passò una notte di laceranti tormenti interiori, che nel suo caso si traducevano in un dialogo serrato con il Maligno, fatto di urla e pianti convulsi (era uno Scorpione…). Il giorno dopo si tramanda che apparve davanti ai giudici e disse, con assoluta calma, che non ritrattava perché non aveva altra scelta.
Quindi, alla fine, le scelte più grandi non sono scelte, sono l’arrendersi ad un’evidenza. Lutero doveva solo (per modo di dire) superare i dubbi e la paura delle conseguenze, potenzialmente terrificanti, che però, nel suo caso, non si realizzarono.
In fondo penso che le scelte più belle siano queste, quelle che riuniscono tutte le parti di me e posso abitarle, perché mi danno forza e aprono ad una pace che è più grande di me.
Invece le scelte imposte, per cui vengono presentate solo due opzioni, o un numero limitato, selezionato sulla base dei pregiudizi o della visione del mondo di chi mi ingiunge di scegliere, sono le scelte che umiliano la creatività e lasciano sempre insoddisfatti.
In questa epoca di polarizzazioni, dobbiamo diffidare delle opzioni che ci vengono proposte e di chi ha così poca immaginazione da credere che, se non scegliamo A, vorrà dire che abbiamo automaticamente scelto B…
Se scegliamo qualcosa che non è nella lista, cominciamo non solo a pensare fuori dalle categorie previste, ma a tessere collegamenti con nuove possibilità, che sono ancora irreali, meri potenziali, ma potrebbero diventare più probabili, se le viviamo come una scelta compiuta.
Francesca Vicky Scher