Lilith stava seduta su un ramo di un ciliegio in fiore, con le gambe talmente belle e scolpite che sembravano quasi parlare degli eoni trascorsi a camminare lungo gli innumerevoli sentieri che un “no” le aveva dischiuso. Era intatta. Quella parte dell’essere che si rivela capace di opporre un rifiuto anche di fronte al divino era, in lei, intatta. Non che non amasse il mondo che aveva lasciato.
Non che non si domandasse dove fossero coloro che si era lasciata alle spalle o se fossero felici. Era solo che, per uno dei più misteriosi paradossi dell’universo, molti di coloro che sostengono di amarci ci implorano sovente di allontanarci dal nostro essere. “Riuscirò a darti molto di più, se sarai come dico io!”, affermano. Lilith questa non se la beveva. Non si può distillare amore se non a partire dal proprio essere. Diventare ciò che qualcun altro suggeriva le dava l’idea di un’ortensia che, pur esplodendo di mille rare sfumature del lilla, si tinge di magenta per essere adorata quanto le rose. E lei no, questo no, non riteneva che alcuno lo potesse fare. Lei poteva amare con tutta sé stessa – con tutte le sfumature del lilla – ma non con un rosso che in sé non possedeva. Così, meglio nomade. Più fedele al suo essere sarebbe stata, più al luogo da cui era stata cacciata sarebbe stata vicina, con una forma di amore in incognito simile al suono delle foglie degli alberi nelle sere d’estate, che accompagnano il viandante anche se non potranno camminargli accanto. La scelta era venuta dal suo essere ed era ancora lì con lei, nei segni sul viso, nelle pieghe di un precipitare che le aveva svelato come regnare, invisibile, tra le righe di un testo che non parlava di lei.
Quella sera, tuttavia, un’ulteriore scelta stava per dare il là ad un’altra danza delle sue gambe verso sentieri scoscesi. “Ho bisogno di te”, disse guardando Siddharta. “Non hai mai avuto bisogno di nessuno”, le rispose lui. L’uomo viveva, da diversi secoli, in una regione del piano astrale dalla quale poteva scrivere lettere all’umanità. L’ultima l’aveva vergata un secolo prima, per lo scrittore Hermann Hesse. “Guarda la mia collezione di irruzioni in mondi antitetici”, aveva detto all’autore svizzero-tedesco. “Non sarebbe un dono all’umanità se tu la raccontassi? Non porterebbe gli esseri umani in quel luogo, dentro, in cui ogni scelta è possibile e le conseguenze, anche le più tremende, sono abbracciate?”.
Hermann aveva avuto una visione, davanti a quella missiva telepatica. O meglio, aveva viaggiato con Siddharta in quell’enigmatico corridoio che chiamiamo “tempo”, quello dove soffia un vento fortissimo che ti spinge sempre avanti. Siddharta aveva pronunciato l’orazione delle Silfidi del mago Eliphas Levi e, per un attimo, era stato come se tutti i venti dell’universo si stessero incontrando nella stessa molecola. Gli elementali dell’Aria che aveva evocato li avevano condotti nel palazzo reale in cui Siddharta era cresciuto. Hermann sentiva ogni singola emozione di Siddharta. L’estetica del castello esprimeva una bellezza così sublime che avrebbe convinto ogni fortunato nativo di quell’architettura a non abbandonarne mai le mura. La certezza della religione che più di ogni altra conduceva gli uomini al cospetto degli dèi? Alloggiava in quelle stanze. La sicurezza data dall’abbondanza? Era regina tra quelle pareti. Le norme dei matrimoni, dei rituali, dei templi: tutto lavorava per servire Siddharta. Eppure, Hermann lo vide rapito da un senso di vacuità che non gli dava pace. Quella vita fatta di tutto ciò che un uomo avrebbe desiderato divenne una vetrata opaca che gli dava la stessa inquietudine che avrebbe avuto un uomo gettato per vendetta in un manicomio. I Samana, gli asceti che meditavano, pregavano e digiunavano potevano forse avere la chiave per infrangere quella prigione di cristallo. Hermann vide la scelta di Siddharta: gloria e ricchezza alle sue spalle e vita mistica ed estremamente povera davanti ai suoi occhi, ben felici di abbracciarla. Ecco la prima “irruzione in mondi antitetici” per cui Siddharta optò. Hermann prendeva nota. Siddharta aveva ragione, l’umanità avrebbe avuto immenso beneficio della storia di quel principe, se lui l’avesse raccontata. Quel principe, però, ora non era più tale. Era un asceta. Il distacco dalle passioni gli insegnò cose che non avrebbe mai scoperto al palazzo. Eppure, più andavano avanti, più Siddharta sembrava a Hermann un esperto nell’arte dello scegliere. Non importava quante garanzie gli dessero che una certa strada conduceva alla verità: Siddharta sembrava collegarsi a qualcosa di profondo e potente che solcava ogni condizionamento esterno come una nave vichinga in mezzo a una tempesta. Sembrava avere una spada trasparente che, sguainata verso il suo mondo interiore, squarciava le regole memorizzate meccanicamente per paura o per devozione e gli apriva la strada verso il desiderio sepolto sotto di esse. Lo fece ancora. Quando l’immenso che la vita ascetica gli aveva dato smise di colmare il vuoto, si immerse nei piaceri della vita mondana. Il taccuino di Hermann era zeppo di note. L’emozione di essere un ricco mercante imperversò nella vita di Siddharta e la scoperta dell’eros con una donna di nome Kamala scrisse nuovi significati sul diario del principe, asceta, mercante, amante. Siddharta correva a perdifiato: “Seguimi, non è mica finita qui!”, diceva a Hermann. E quello lì a seguirlo. Fino a che lo vide muto, impietrito, sulla riva di un fiume. “Cos’hai? E dove siamo?”, domandò Hermann. Fu inutile. Siddharta aveva gli occhi aperti e sbarrati, il mondo intorno a loro diventò grigio e cilindrico. Un cilindro vellutato su cui era impossibile arrampicarsi per scappare. Annegarsi nel fiume sembrava la sola scelta di fronte all’assenza di significato che d’improvviso quel piacere e quel lusso avevano. Eppure, la scelta era compiuta. Siddharta aveva scalato anche le pagine di quel capitolo della sua vita. L’attaccamento verso l’arte dell’amore di Kamala era indietro sul sentiero, lontano. Solo l’eco del denaro si sentiva ancora, come quello di cascate che si dileguano. Lì, dopo la sua scelta, un altro quadro del videogioco si aprì. Un uomo, un barcaiolo, lo accolse. Hermann vide Siddharta traghettare lui stesso le persone da un capo all’altro del fiume. E sentì le acque di quest’ultimo parlargli.
Erano frammenti di un mosaico, quelle voci. Siddharta li metteva insieme. Ogni giorno il mosaico assomigliava di più alla mappa disegnata da un cartografo. Eppure, neanche quello stesso itinerario tracciato nero su bianco da lui stesso riuscì a guidarlo quando scoprì di avere un figlio. Non aveva mai provato amore così grande. Non aveva mai desiderato tanto rendere felice un altro essere. Tuttavia, da nessuno ricevette tanto disprezzo come da lui in quella manciata di mesi in cui vissero insieme. Hermann vide l’arte dello scegliere – che, bionda ed eterea, li aveva accompagnati fino ad allora – svanire come un sogno. “Non sei libero di scegliere cosa accende il tuo amore”, disse Hermann. “Non lo sono”, rispose Siddharta. “E neppure mi interessa esserlo”, aggiunse. “La libertà di scelta è fondamentale fino a che non arriva qualcosa che non hai scelto e in cui desideri perderti”, ipotizzò Hermann. Siddharta indicò Vasudeva. Hermann non capì. “Non mi ha detto niente, ci pensi?”, spiegò Siddharta. “Per la prima volta, qualcuno non mi suggerisce alcuna via da percorrere. Sembra convinto che io possa realizzare da solo ciò che è vero”. Stava soffrendo. La ferita di suo figlio che decideva di andare via non sembrava cosa arginabile.
Eppure, anche se devastato nel profondo, riuscì a dire: “La libertà di scelta, Hermann, ha un’immensa importanza. Anche quando puoi dire “sì” e “no” soltanto al prezzo d’essere trattato come qualcuno che umano non è. Tuttavia, come tu hai detto, esistono cose che toccano e sconvolgono i sotterranei dell’essere senza chiederci affatto un consenso. È lì che mi trovo, sì. Eppure, la dea della libertà di scelta che hai visto svanire si è solo trasformata”. Una donna dai capelli rossi con gli occhi neri come l’onice avanzò verso di loro. Entrò nel fiume e, prima di abbandonarsi alla corrente che portava verso il mare, disse: “Di fronte a ciò che, senza permesso, del mio cuore ha preso possesso, la libertà di scegliere la mia strada assume l’abito dello student tantrico, che si immerge in quell’immensa energia con tutto sé stesso, prendendosi la libertà di perdersi in qualunque sostanza l’universo gli mandi, sapendo che un giorno si ritroverà”. Scoppiò un temporale. Ed era un temporale che sembrava non finire mai. Quello era il cuore di Siddharta: I fulmini squarciarono tutto. Hermann lo vide riconoscere in sé stesso la sofferenza che il suo stesso padre ebbe quando era stato lui ad abbandonare il palazzo. Lo vide abbracciare in sé stesso la libertà di suo figlio di andare. E, mentre la donna dai capelli rossi in lontananza arrivava al mare, vide
Siddharta ritrovarsi dopo aver scelto di perdersi.
“Hey, cosa fai? Ricordi ancora quel tuo viaggio con Hermann?”, disse Lilith. Siddharta si risvegliò dal suo sognare ad occhi aperti. Quell’incontro con Hermann era accaduto tanto tempo prima. Eppure, la storia che quello scrittore aveva raccontato si era fatta spazio nelle menti di milioni di persone. Spazio per pensieri inediti, spazio per la capacità di ascoltare il proprio mondo interiore e rifletterlo nelle proprie decisioni. “Lo sai cosa differenzia le ere che abbiamo attraversato finora da quella che sta nascendo?”, chiese Lilith. “Sono identiche. La questione è sempre conquistare la capacità di decidere che sempre avremo”, le rispose lui. “Togli il sempre”. “E perché mai?”. “Te lo spiego con piacere. Vieni”.
Lilith lo portò in un luogo sul pianeta Terra in cui duecentotrentasette individui stavano lavorando all’interno di un edificio, in gran parte seduti davanti a una di quelle scatole di vita simulate denominate “computer”. Indossavano degli auricolari. “Qualcosa che esiste da decenni!”, si lament Siddharta. “No”, disse Lilith. “No” era la sua parola preferita. Lo trascinò nella stanza di una manager. Si sedette ad una scrivania e, smanettando tra tastiera e mouse come se non avesse mai fatto altro, mostrò a Siddharta ciò che producevano quegli auricolari. “Cosa sono questi pasticci adesso?”, domandò l’antico principe. “Queste sono onde cerebrali. L’azienda ha un tracciato costante di ciò che avviene nelle lore teste”.
“Mi hai portato in un film di fantascienza, Miss Vado-dove-mi-pare?”, le chiese.
“Purtroppo per l’umanità, no. Stammi bene a sentire. Siamo nel 2031. Rispetto all’ultima volta che hai fatto un viaggio dal piano astrale al piano materiale, sono state inventate delle nuove tecnologie, i neurodispositivi. La loro caratteristica è quella di collegarsi direttamente al cervello umano.
All’inizio, esistevano soltanto in campo medico e servivano – servono tutt’ora – per risolvere problemi di salute seri. Nei primi anni della loro diffusione, erano disponibili solo sottoforma di interfacce cervello/computer impiantabili. Le cose oggi sono cambiate, molti di questi dispositive sono diventati non invasivi. Sono fasce per la testa, braccialetti, orologi speciali. Hanno gli utilizzi più vari. Ti permettono, per esempio, di giocare coi videogiochi usando soltanto la mente. Controlli il tuo avatar con i tuoi pensieri. Le grandi compagnie di Big Tech hanno investito miliardi nella messa a punto di tecnologie che permettono di scrivere al computer e usare il browser direttamente con la volontà, con la sfera mentale. Ancora cinque anni fa, mouse e tastiere erano utilizzati ovunque. Oggi, come hai visto, li ho dovuti tirare fuori da quel vecchio armadio. Vedi questi impiegati? Loro indossano auricolari. Sono prodotti da un’azienda che si chiama Emotive. E, come ti ho detto, non sono semplici auricolari musicali.
Hanno un sensore EEG incluso. Questo sensore raccoglie una quantità di dati cerebrali e li invia al loro superiore. Quest’ultimo vede quanto sono produttivi o se sono stanchi. Tuttavia, vede anche altri dati. Onde che parlano di un desiderio di flirtare. Onde che rivelano sintonia tra gruppi di colleghi. Onde che raccontano di come una persona realmente reagisca di fronte alla proposta di un aumento di stipendio inferiore a quello che affermava di voler ricevere. Fino ad ora, siccome non ci sono regole per le aziende che impongano di progettare questi dispositivi salvaguardando la privacy mentale degli individui, si sono affermate pratiche raccapriccianti. Gli impiegati, che inizialmente lo indossavano come strumento che avrebbe aiutato il loro benessere segnalando lo stress, sono oggi invitati a indossare il dispositivo ventiquattro ore su ventiquattro. Capisci? Ci sono forze che sono riuscite a normalizzare la connessione continua del proprio cervello a un dispositivo che raccoglie dati che possono poi essere acquisiti da terze parti. Da chi? Dai governi o da chiunque sia cliente delle aziende Big Tech, il cui modello di business è rivendere i dati dei loro utenti. Tuttavia, se in passato vendevano i tuoi dati di navigazione, oggi hanno enormi database con i tuoi dati cerebrali, che rivelano la parte più intima del tuo essere. Questo pone un problema di privacy mentale. Hai idea di ciò che fai nella tua mente quando sai di essere osservato? Cerchi di autocensurarti! Con il fascino che le neurotecnologie esercitano, sono riusciti a imporle senza regole che tutelino quello spazio mentale in cui l’umanità ha sviluppato le più eccelse filosofie, la più sublime letteratura, le più audaci idee politiche. Pensa a chi sogna di rovesciare un governo tirannico, come al giorno d’oggi sono quasi tutti! I potenti algoritmi capaci di interpretare le onde cerebrali rivelano questi piani, decodificano le inclinazioni politiche.
Dove è la libertà di scelta? Pensa che tipo di repressione può essere attuata quando un neurodispositivo indossato giorno e notte registra sogni, desideri, emozioni forti legati alle battaglie contro l’ingiustizia! Dove è la libertà di scelta? Pensa a un governo che, con la scusa della salute pubblica o della sicurezza nazionale, impone per legge che un certo neurodispositivo sia usato! Dove è la libertà di scelta? Pensa a un servizio di intelligence che voglia torturarti e lo faccia rilevando – con tecnologie di neuroimaging – le tue paure più atroci, costringendoti poi a riviverle in loop? Ti rendi conto di cosa sarebbe? L’umanità non ha mai vissuto un’epoca in cui la sfera mentale fosse trasparente. Si parlava di “trasparenza per i potenti e privacy per i deboli”, un tempo. Oggi, sono arrivati praticamente al contrario. Devi aiutarmi! Dobbiamo fare qualcosa!”. “Ma… Ma… Ma tu sei sicura che tutto questo sia vero?”.
“Hai intenzione di provocarmi? Vai, vai a vedere se non esista davvero un’azienda chiamata Emotive! Vai a vedere che auricolari produce! Vai a vedere se Meta e altri non avevano già a disposizione da molti anni la tecnologia che permette di scrivere col pensiero! E questo non è neppure tutto! Esiste una élite transumanista che spinge per il potenziamento tecnologico dell’essere umano!”.
“Cioè?”.
“Senti, ma sei davvero Siddharta o ti hanno già inserito una interfaccia cervello/computer sotto lo scalpo, di quelle che portano le persone a non capire se lo stimolo che sentono venga dalla macchina o dal loro essere? Perché anche questo esiste, eh! Pure documentato da un umano che si chiama Marcello Ienca e altri scienziati!”.
“Non mi hai detto cosa sia il potenziamento tecnologico”.
“Oh, non ti preoccupare. È solo l’integrazione dell’essere umano e della macchina, per rendere tutti più efficienti. Per avere finalmente l’evoluzione tecnologica dell’essere umano, dimenticando quell’altra modalità di evolversi di tipo spirituale, portata avanti attraverso la filosofia, la ricercar esoterica, l’immersione tantrica nella vita. Il potenziamento tecnologico è ciò che probabilmente le élite proporranno con forza dopo aver diffuso l’intelligenza artificiale fino a livelli pericolosi per la sopravvivenza umana. ‘Non c’è altra scelta se non quella di integrarci con essa’, diranno. “È l’unico modo per essere abbastanza sapienti e veloci da sconfiggerla”. Intanto, chi vuole trasformare l’essere umano in un “fare umano” da schiavizzare avrà la strada aperta. Le neurotecnologie, se usate in modo oscuro, senza rispetto per il diritto all’autodeterminazione dell’individuo, hanno tutte le capacità per permettere a chi le produce o le sfrutta di esercitare un controllo totale e di avere un database di paure individuali dettagliate utili a spingere le persone, senza possibilità di scampo, in una direzione decisa dall’alto. Lo capisci cosa vuol dire questo? Vuol dire tendere verso quel punto in cui l’essere umano non potrà dire “no”! E io non posso accettarlo. Io ho solcato le ere dicendo “no”.
“Lilith, io ho solcato le ere dicendo “sì”, abbracciando tutte le esperienze che il desiderio autentico indicava”.
“Sì o no, è la stessa cosa. Come farai a entrare in contatto con quelle mille sfumature interiori che compongono i tuoi desideri? Come farai, se saranno assediate da neurotecnologie non regolate che possono stimolare il tuo cervello per motivi apparentemente buoni (risolvere un problema di salute) ma producendo anche effetti che vanno a detrimento della tua capacità di discernere ciò che sei tu da ciò che è prodotto da una macchina? Come farai, se non avrai quell’unica cosa che ha accomunato l’umanità in tutte le ere, ossia una mente a cui hai accesso solo tu, uno spazio protetto e nascosto in cui i tuoi pensieri si sviluppano in assoluta libertà? Capisci che non si tratta solo di libertà di espressione del pensiero, si tratta di libertà di produrlo, immaginare le cose più terribili, dare sfogo mentale alla propria parte più oscura e chiederle aiuto per definire qualcosa di luminoso, ma senza che la comparsa di quella nostra ombra nei report sulle nostre onde cerebrali scateni le indagini di una procura? Lo sai che arriveremo a quello, vero? Se continuiamo a non avere a non avere norme di legge che fissino il limite oltre cui aziende e governi non si possono spingere nel raccogliere e conservare i nostri dati intimi, diventerà normale che dei sistemi di sorveglianza rilevino onde anomale e intervengano ancora prima di qualsiasi reato. Dove sarà la scelta, quando una tecnologia già disponibile oggi ci porterà a questi estremi domani?”.
“Questo sta già accadendo?”.
“In parte, ma c’è ancora tempo per agire”.
“E come vuoi agire?”.
“Senti, ma tu ricordi chi sei? Ricordi il Siddharta che lascia la casa di suo padre? Immagina se tuo padre, il bramino, uomo più potente della tua regione, avesse avuto a disposizione gli auricolari di Emotiv, se avesse potuto osservare il tuo desiderio di andare via fin dalle sue prime fasi, quando si trattava solo di un timido sentire. Avrebbe visto che tipo di emozioni ti mancavano e avrebbe tentato in tutti i modi di colmarle, per trattenerti. Sarebbe andato a prendere i Samana, avrebbe trovato un artificio per portarli alla reggia e suggerirti di seguire le loro pratiche lì. La tua vocazione avrebbe corso un immenso rischio di chiudersi lì. E la tua scelta di ricerca che fine avrebbe fatto?”.
“Mio padre non avrebbe mai fatto questo”.
“Tuo padre no, ma pensi che chi ha in mano lo sviluppo senza regole delle neurotecnologie oggi sia magnanimo e rispettoso quanto tuo padre? No, non lo è! Facciamo così: esiste già la possibilità, a livello neurotecnologico, di agire sulla memoria. Aggiungere ricordi, toglierli, modificarli. Quanto pensi che sarebbe durato Siddharta il Samana se qualcuno avesse potuto rimuovere dalla sua sfera cerebrale l’esistenza dei Samana stessi, portandolo a dimenticare di aver anche solo sentito parlare di loro? O, magari, qualcuno avrebbe potuto agire sull’area del cervello in cui si generava la tua insoddisfazione, placarla con la giusta neurostimolazione e il pasticcio sarebbe stato fatto: niente insoddisfazione profonda, niente spinta alla ricerca di conoscenza!”.
“Inizio a convincermi che tu abbia ragione. Penso alla mia esperienza con mio figlio. All’ennesima sensazione di sofferenza atroce per il suo odio verso di me, avrei forse vagliato io stesso le possibilità di addormentare la mia stessa sofferenza con un potenziamento tecnologico che mi desensibilizzasse verso quel dolore e mi rendesse, magari, più aggressivo o più indifferente”.
“Esistono”.
“Chi?”.
“I soldati a cui, nell’ambito di programmi di sperimentazione neurotecnologica, è stata aumentata artificialmente l’aggressività. E che dire della possibilità di ridurre l’empatia per renderli più Capaci di accettare l’inflizione di sofferenza al nemico? Te l’immagini un Siddharta che, per non soffrire, si fa ridurre la propensione all’empatia e poi non riesce – proprio non riesce – a sviluppare quella compassione che lo porterà poi a comprendere il figlio?”.
“Mi hai convinto. Dobbiamo fare qualcosa. Perché ogni essere umano possa ancora avere la possibilità di scelta di cui tu ed io, nella storia dell’umanità, abbiamo rappresentato il simbolo”.
“Allora bisogna aiutare tutti gli studiosi che parlano di neurodiritti. Della libertà cognitiva, quella per cui solo tu puoi decidere se potenziare il tuo cervello tecnologicamente e nessuno può obbligarti a farlo. Della privacy mentale, quella segretezza dello spazio di pensiero che è conditio sine qua non della nostra capacità di pensare in maniera completamente libera. Del diritto all’integrità mentale, a rischio quando terzi intervengono sul nostro cervello senza il nostro consenso libero e informato. Infine, del diritto alla continuità psicologica, che stabilisce che tu hai diritto al tuo percorso di crescita e nessuna neurotecnologia deve alterarlo modificando le emozioni, i pensieri e I ricordi che sono parte del tuo cammino”.
“Senti ma tu queste cose come le sai?”.
“Io sono il Femminile che l’umanità ancora non conosce. Vivo nella preoccupazione che la libertà di dire no ad altri e sì alla propria coscienza venga di fatto cancellata. Ho allora seguito, di nascosto, le lezioni universitarie di professori come Roberto Andorno, Nita Farahany, Marcello Ienca”.
“Quindi dobbiamo andare da loro”.
“Non esattamente. Loro stanno già facendo il loro lavoro. Dobbiamo andare da chi può far comprendere all’umanità la crucialità di ciò che questi accademici mettono in evidenza alla luce del principio di autodeterminazione individuale, che non è altro che la nostra possibilità di scegliere”.
“E quindi?”.
“E quindi andiamo. Forza. Andiamo a cercare quell’Hermann a cui hai spiegato la tua storia l’altra volta. Adesso dobbiamo trovarlo, lì in Svizzera, per raccontargli, invece, di come le neurotecnologie, senza neurodiritti, avrebbero impedito alla tua libertà di scelta di manifestarsi. Dai, dai. Rotta per Montagnola!”.