Sospesa con la coda intorno al ramo, la scimmia guardava il grande felino disegnare profondi solchi nel terreno. Con la fronte aggrottata mormorava:
“Potrei lasciarmi cadere… potrei, ma non succederà mai. La belva potrebbe essere gentile e lasciarmi passare… potrebbe, ma non succederà mai.”
“Il destino è destino, – le faceva il verso la pulce che viveva sulla sua spalla – certe cose semplicemente non sono. Povera scimmia, è proprio pensando così che si finisce appesi a testa in giù dagli alberi.”
“Non si tratta solo del destino, è vero – le concesse la scimmia – Tra qualche ora infatti la bestia sarà stufa ed allora chissà. Ogni minuto sarà una sorpresa. Forse vincerà la fame o forse il sonno. Forse se ne andrà, o forse rimarrà. E questo non è il destino, ma solo la sua scelta di belva.”
“Solo la sua? – incalzò il piccolo inquilino, anche lui appeso a testa in giù tenendosi ad un pelo – Perché non anche la scelta del suo stomaco?”
“Sì, certo. Anche lo stomaco della belva, forse vuoto o forse mezzo-pieno, avrà un peso nella decisione.”
“E anche il suo branco, che potrebbe richiamarla?”
“Sì sì, – sospirò il primate – la scelta è della creatura, del suo stomaco, del suo cervello, di tutti gli altri organi che possiede, del suo branco e persino degli organi loro. E se vuoi continuare, perché no, degli uccellini che ci volano intorno, dell’albero che ci sostiene e del sole che ci illumina.”
“E allora… è anche la tua!”
“Mia? Parla chiaro, pulce.”
“Andiamo fino in fondo! Tutte le cose che nel «qui ed ora» contengono il «là e dopo» fanno necessariamente parte della scelta in questione. Perché escluderti?”
“Come vuoi. Che la scelta sia anche la mia.”
L’insetto guardava gli enormi occhi del primate. Erano ancora fissati sul manto biondo e le zanne bianche appostate ai piedi dell’alberello. Allora, pregustando il suono delle sue parole la pulce squittì:
“Scegli dunque che se ne vada via!”
Dapprima la scimmia non reagì. Poi socchiuse lo sguardo e lo lasciò ondeggiare su tutto quello che la circondava. Il suo semplice respiro faceva oscillare appena l’esile ramo, trasformando il suo corpo in un delicato pendolo, il cui movimento armonizzava con le pupille curiose della belva. Lungo l’orizzonte brullo si scorgeva una manciata d’altre piante. Chissà se anche presso di loro si stavano svolgendo vicende altrettanto precarie.
Dopo qualche momento di quiete rispose al suo micro-interlocutore ma senza distogliere lo sguardo dal felino, quasi come potesse parlare ad entrambi:
“S’io fossi tutte le cose potrei fare quel che dici. Potrei muovere il vento, o modulare la luce, o plasmare la terra. E potrei fare sparire le bestie. Ma s’io fossi tutte le cose, allora sarei anche la belva ed il suo stomaco. Non sarei più solo le mie braccia e la mia pelliccia. Che sceglierei veramente a quel punto?”
“Fantastico! – fremette il pidocchietto – Altro che destino, questa è l’unica vera domanda. Non ne esistono altre.”
“Come può essere l’unica?”
“Ah! Si tratta di una cosa molto filosofica purtroppo.”
“Non ti preoccupare, ho molto tempo e poco da fare.”
“Perfetto! Vedi, noi viviamo per una durata limitata di tempo. Il tempo che abbiamo è la nostra vita. Niente tempo, niente vita. Quindi il primo seme da tenere a mente è che il tempo è la vita. Ma non solo, il tempo è anche la scelta, e quindi la scelta è il tempo.”
“Non è vero – interruppe la scimmia – esiste comunque il destino. Con esso posso immaginare il tempo senza la scelta.”
“Ah! È un mito il destino, anzi, è un gioco di parole. Infatti, invece che disfarsi della scelta, la nasconde solo. Per esempio, se esistesse un destino specifico allora dovremmo domandarci chi scelse di scriverlo nelle trame dell’universo. Oppure, se un apparente destino risultasse dal fatto che ogni cosa ha le sue cause predeterminati, e che quindi tutto può essere visto come un’infinita catena di cause ed effetti, allora anche lì avremmo lo stesso problema. Chi scelse di fare la prima azione che diede inizio alla catena?”
“Forse la catena non è una linea ma un cerchio! Gli ultimi effetti fanno nascere le prime cause. Come un pendolo, o un serpente che si morde la coda.”
“Linea, triangolo o cerchio che sia – continuò la pulce – il problema viene solo spostato. Chi scelse di dare al destino la forma di un cerchio? Chi decise la sua lunghezza o ne cucì le maglie nell’ordine che vediamo? Parlare di destino o di cerchi non risolve nulla. La scelta c’è. Il tempo c’è. La vita c’è. Sono inspiegabili evidenze del nostro esistere. E sono tutti la stessa cosa poiché non puoi rimuoverne uno senza perdere anche gli altri. La scelta è il movimento, motore della vita, e la vita è l’essenza del cambiamento, il quale è unica misura del tempo. Vita, scelte e tempo sono tutti la stessa cosa… e sai di cosa si tratta?”
“Dimmi.”
“Suvvia, prova. L’avevi menzionato proprio tu, all’inizio del nostro discorso.”
Con un inspiro la scimmia tentò a rievocare le sensazioni di prima, e guardando la leonessa che sbadigliava mesta rispose con un tono dolce:
“Dissi che s’io fossi tutte le cose, allora non avrei più saputo cosa scegliere.”
“Esatto! Tempo, vita e scelta si riducono a un solo fatto: l’esistenza di una piccola parte, separata dal grande tutto. Infatti, solo le parti di un tutto possono scegliere, perché per scegliere necessitiamo di cose al di fuori di noi, le quali possono allora essere contemplate, desiderate o avvicinate. La scelta c’è solo se esistiamo in un mondo più grande di noi. Essa è espressione del fatto che siamo solo una piccola parte del grande tutto. Non mi credi? Io posso passare ore a descrivere lungamente le pieghe della tua pelle e le sfumature dei tuoi peli. Potrei usare un fiume incalcolabile di parole per esprimere le mie sensazioni sul più piccolo dei tuoi pori. Se invece mi chiedessi di descrivere tutto il creato, dall’inizio alla fine dei tempi, in ogni luogo e modo, allora non avrei scelta. Sarei costretto a pronunciare una sola parola: Tutto.
E che cosa sarebbe il Tutto? La verità è che il Tutto non è. Se io, invece d’essere un piccolo parassita, fossi il Tutto, allora dovrei constatare di avere molti limiti. Il primo di tutti è che non potrei più muovermi, in quanto mancherebbe un luogo altro nel quale recarmi. Poi, per ragioni simili, mi renderei conto di non poter più né mangiare né defecare. Non potrei più elaborare nessun desiderio o creare nuovi sogni. Infine mi ritroverei completamente solo. Non potrei né volere, né avere e neppure essere, poiché sarei diventato qualcosa d’indescrivibile, inimmaginabile, incontenibile, incalcolabile ed incomprensibile. Sia quindi chiaro: il Tutto non è, e quindi essere vuol dire non essere tutto.”
“E dove si ferma questa tua idea? – chiese la scimmia – Se si parlasse di un dio assoluto, della fonte del destino, del tempo o della vita stessa, staremmo sempre parlando di questa faccenda? D’essere parti di un Tutto?”
“Sì, ma non è una mia idea. È la naturale conclusione di tutte le idee. E la tua lista è incompleta, possiamo aggiungere anche: verità, amore, creazione, morte, cambiamento, virtù, giustizia, il male e il bene, la libertà e il Sé. Si tratta sempre e solamente della tensione tra il Tutto e le cose più piccole di lui. Fidati di me, io sulle cose piccole sono un’autorità.”
La scimmia aveva ascoltato a lungo quelle parole. Ogni frase era come una zanna di cinghiale che dissodava il terriccio umido della sua mente. I suoi pensieri, come vermi vivaci, danzavano brevemente sopra le zolle fresche, ma alla fine, l’ardore del sole seccava tutto.
“Tu sei la mia pulce, ed io sono la pulce di quest’albero. E l’albero è un semplice capello di questa grande e rossa testa. Tu mangi me, il mio sangue, ed io prendo i frutti all’albero mentre lui si nutre della terra e dell’aria nelle quali vive. E forse un giorno l’albero mangerà me, quando i resti della mia carcassa si uniranno al terreno. O forse finirò per mangiare la più saggia delle mie pulci. Queste sono le mie uniche certezze. Sono le uniche certezze nella vita di tutti. Mangiare o essere mangiati. Io non mi lascerò cadere e la leonessa non mi lascerà andare.”
“Amica mia… il destino è un’idea che uccide – sospirò l’insetto che nel frattempo aveva disceso il folto collo del primate giungendo al lembo di un’orecchia.”
“Le tue preoccupazioni – continuò – non sono diverse da ciò che spiego. Mangiare, nutrimento, salute o crescita sono solo altri sinonimi della stessa cosa: la vita. Tutte queste parole difficili da definire finiscono per appoggiarsi sempre sullo stesso concetto d’essere solo un pezzetto del Tutto. E i pezzetti come noi hanno costantemente un’unica scelta possibile… scegliere il Tutto!”
La scimmia si grattava la testa confusa, ma la pulce andava avanti senz’indugio:
“Vuoi libertà? Il Tutto è la libertà! Di fatto, non ha nessuno che può opporsi a lui. Vuoi evitare la morte, magari per sempre? Il Tutto è sempre il Tutto, né cambia né muore. Piuttosto è già sia vivo che morto. Vuoi smettere di patire? Il Tutto non soffre, poiché non sente nulla. Non ha nulla con cui paragonarsi o misurarsi, rendendo ogni percezione di sé impossibile. O forse preferisci scoprire le verità dell’universo? Anche in questo caso il Tutto è ciò che vuoi, visto che il Tutto è la verità. Non esiste desiderio per il quale il Tutto non sia la risposta. Pertanto, se mai dovessi fare una scelta, sceglierai sempre e solo d’avvicinarti di più al Tutto.”
“Capisco. È questa quindi la ragione per la quale, nonostante le parole scolpite dalla tua vibrante vocina, che sono belle come preziose gemme, io sento sempre in me una tensione: «Ascoltare la pulce o mangiare la pulce?» Questa sensazione a tratti s’attenua, ma mai scompare. È come un pendolo interiore che costantemente si chiede «Sarò più grande se nutrito dalle sue parole o dal suo corpo?» È anche questo parte del costante desiderio d’avvicinarsi al Tutto?”
“La tua tensione interna combacia con la mia: «Sarò più grande stando al sicuro dentro a questo manto boscoso, o restando qua fuori, in compagnia della mia strana amica, la quale posso aiutare a crescere, giorno dopo giorno?”
“Sei dolce pulce, ma temo che sarà la belva qua sotto quella a crescere, ed ambe due le faremo presto da carburante.”
“Hi hi! – ghignò l’insetto – La scelta della morte è l’unica scelta che possiamo fare.”
“Pensavo dovessimo sempre scegliere il Tutto.”
“C’è differenza? Forse avevi ragione quando parlavi di destini circolari amica mia. Il Tutto è stranamente simile al niente. Ricordi che ti avevo spiegato che il Tutto non è? Che non può percepirsi, muoversi, o cambiarsi? Queste sono anche le proprietà del Niente. Anche il Niente, come il Tutto, può essere descritto solo da una sola parola. Orami avrai capito come queste cose funzionano: il Tutto è il Niente.
È vero che noi possiamo solo scegliere di andare verso il tutto, visto che alla fine dei conti o mangiamo o veniamo mangiati. O ci avviciniamo al Tutto o facciamo, come dici tu, da carburante per altri impegnati nella stessa missione. Ma se è vero che il nostro vivere è l’eterno tentativo di avvicinarsi al Tutto, ovvero la vita eterna, dobbiamo anche ricordarci che il miglior sinonimo di «vita eterna» è la morte. Ti avevo già detto che il Tutto è anche la morte? Nella morte non c’è più il movimento, il sentire, il cambiamento, la crescita, il desiderio o la compagnia degli altri. Ti ricorda nulla? Più uno raggiunge il Tutto e più egli muore.
Come il coccodrillo centenario della grande pozza d’acqua qua vicino. Il famelico aveva passato decenni ad acchiappare ogni creatura a portata di grugno. Era come se il suo unico modo per fare parte del nostro mondo fosse quello di mangiarlo. I suoi fratelli? Nella pancia. I suoi amici e vicini? Nella pancia. I suoi genitori e i suoi figli? Nella pancia. E la sua impresa ebbe molto successo. Se si presentò al mondo come una minuta lucertola, da adulto teneva alla larga persino gli ippopotami. Ma infine, tanto grande e pesante divenne, che un giorno annegò sul fondo della propria pozza d’acqua.”
“Come puoi tu sapere tutte queste cose sul mondo, avendo occhi e zampe minuscole e conducendo una vita tanto effimera?”
“Hai ragione, ma dimentichi che noi pulci, per quanto individualiste nel nostro pensiero, viviamo in grandi gruppi e sopra animali ancor più grandi. Ogni schiena in questa steppa è un’invisibile congrega di viandanti. Poi, stando appollaiati su montagne interminabili di cibo, facciamo vite sedentarie. Ci nutriamo molto lentamente e ci accoppiamo di rado, durante lunghe e complesse danze. Non appena il nostro becco trova di che abbuffarsi, le nostre gambe sono libere di vibrare, creando discorsi, poesie, canzoni o dibattiti d’ogni tipo. E questo facciamo per anni e anni. Ed essendo, come dici tu, vite effimere, ogni pulce parla come se quella frase potesse essere l’ultima. Immagina allora la fremente bellezza dei nostri simposi. Accumuliamo, rimuginiamo e ripetiamo le storie d’ogni dove, e ti sorprenderebbe quanto siano lontane le lande di cui ti potrei parlare. Siamo piccole, è vero, ma ti basti pensare che per noi tutto il nostro corpo è un orecchio, ed ogni arto una grande tromba.”
La scimmia tacque. Guardava la leonessa negli occhi e si chiedeva se sotto il suo biondo pelo succedessero le stesse cose. La stessa domanda si riproduceva per ogni cosa su cui il suo sguardo si posava, ed il mondo circostante le pareva sempre più misterioso. Il suo penzolare nauseabondo la portava a cingere con più foga la coda intorno al ramo.
“Per favore cara pulce, continua con quello che mi dicevi, sulla morte e sul Tutto.”
“Come per il coccodrillo, ogni scelta porta verso il Tutto, ovvero verso la morte. Ma questo è evidente. Se si cresce si cambia. Se si cambia si perde una parte di sé. Se ci si nutre degli altri, si diventa altro. È per questo che mangiare o essere mangiati non sono azioni così diverse. Nei due casi si finisce con la lenta o veloce sparizione di quello che noi eravamo. La scelta inevitabile è il Tutto. È la morte.”
“«Ogni mia scelta porta alla morte…» Per essere tanto avverso al mio parlare di destino, sei alquanto efficace nel prosciugare la mia speranza. I tuoi discorsi mi fanno sentire ancor più spacciata. Ma per fortuna quello che mi dici non mi torna. Esistono l’esitazione e l’ignoranza. Di quelle non hai parlato. La leonessa vacillerà, non saprà cosa fare e dubiterà. Si domanderà anche lei dove sia il suo Tutto: «Nell’attendere sotto la pianta o in una nuova caccia presso l’erba alta?» E pure io, se fossi libera da questa tribolazione, scendendo a terra mi chiederei dove sia il mio Tutto: «Tornare da dov’ero venuto, alla casa che fu assaltata dal branco o andare avanti, verso l’ignoto?»
Gli assoluti di cui mi parli con tanta certezza sono per lo più assenti nel mio vivere. Dopo tutte le cose dette la mia situazione è identica. Mai mi lascerei cadere e mai la belva esiterebbe d’azzannarmi. I tuoi discorsi sull’inevitabilità del Tutto sono solo parole. Come i miei sul destino. Anzi, ti dirò di più. I momenti dove mi sento più incarnata nella vita sono quelli pervasi dal dubbio. Quando le scelte non sono chiare, quando le forze che guidano gli eventi si fanno confuse, quando alla fatidica chiamata del fato l’unico essere che può rispondere sono solo io. È allora che la vita arde in me come il fuoco di un vulcano di cui mi scopro il padrone indiscusso. E quindi scelgo, io solo, senza cause e senza sapere. E in quei momenti ho l’inspiegabile certezza che tutte le sofferenze della mia vita abbiano un senso compiuto.”
La pulce sorrise, nel modo invisibile che solo le pulci saprebbero notare, e trillante rispose:
“Dissi che vivere è equivalente ad essere una parte divisa da un tutto. Essere qualcosa di finito e delimitato. Se questa è la qualità principale e necessaria alla vita, allora quello che tu dici ne consegue certamente: più le tue scelte sono slegate dal Tutto inevitabile e più la tua vita è viva. Lo hai descritto bene, succede quando la tua padronanza sul fato è più forte di quella del mondo circostante. Guizzando via dalla presa del Tutto che ti determina ti trovi libero di vivere nell’inebriante follia dell’Essere. L’Essere: una parte del Tutto che dimentica la sua origine e la sua fine, e che sceglie senza cause, o senza logica, o senza scopo, ma solamente tramite le fluttuazioni impercettibili del tuo sentire.
Questo avviene quando il mondo ti dà lo spazio sufficiente per sentirti separato da esso. Solo in questo modo abbiamo occasione di sentirci degli esseri vivi e autonomi. È solo trovando la nostra separazione dal mondo che possiamo veramente sentirci in contatto con esso. La goccia nello stagno non ha un Sé, non ha un sentire, e non sa nemmeno dove si trovi: dove sia il suo inizio e la sua fine. Lo stagno è come il Tutto che la determina. Ma se uscisse da lì, anche per un breve attimo, allora potrebbe sentirsi. Sentirebbe le proprie rotondità, ovvero la propria frontiera con il mondo. È un bellissimo sentire, che dura solo per quell’istante di disequilibrio, prima che sia riassorbita dall’acqua o dal vapore dell’aria.
Il contatto lo si può sentire solo nella divisione. Se si è mischiati al Tutto, non c’è più nulla da contattare.
Forse è questa la ragione per cui anche il Tutto ha sempre e solo una scelta possibile: smettere d’essere il Tutto. Esplodere in più parti, piccole e separate. Essere separati è l’unico modo per esistere, ricordi? Come il vecchio coccodrillo sul fondo della sua pozza, che alla fine esplose in mille vermi, pesci ed insetti. Questo è quello che ti dico: il fatto di essere separato dal Tutto ti rende destinato a cercarlo. Tale ricerca porterà sempre alla tua distruzione, ma è proprio nella tua temporanea e parziale separazione dal Tutto che trovi l’unico luogo in cui esistere è possibile. E questo si ripete in tutte le misure, in tuti i modi, a tutte le velocità e per tutte le cose. Un paradossale movimento cosmico che preserva l’Essere. Preserva il perpetuo divenire.”
Dopo quelle parole, si sollevò il vento fresco della sera, che asciugava il sudore sulla fronte della scimmia, ormai assorta nelle sue riflessioni: «Sono viva in questo equilibrio, dove ho un piccolo spazio per fare… per essere. Senza né cause né scopi. Dove posso decidere di parlare con la mia pulce. Grazie leonessa, per questo breve tempo rubato. Spero che anche tu abbia incontrato una termite degna del tuo pomeriggio. Grazie albero. Grazie frutti. Grazie terra solida e sole caldo. Grazie per aver sottratto queste ore al destino e averle donate a me. Un pomeriggio e nulla più. Un breve equilibrio, prima che la fame, la stanchezza, la paura della notte o la foga del fuggire ne prendano il posto. Non sarò libera di scegliere se correre oppure no. Correre dovrò, fino a quando sarò fuggita o catturata. Ma ad ogni passo potrò scegliere. Se schivare a destra o a sinistra. Se balzare sulla radice o sul sasso. Se nascondermi nel cespuglio o dietro al dosso. Tante piccole scelte dove poter sentirmi viva…»
“Pulce, perché soffrire però?”
Ma la pulce non rispose. Forse era una pulce molto vecchia. Forse il vento la fece cadere. O forse si tratta di altre cose, ovvie nella vita di una pulce ma inscrutabili per la scimmia, oramai sola con i propri pensieri.
«Il Tutto ha voluto dividersi in me, così da potersi percepire e da riscoprirsi in quei piccoli momenti di vita libera da cause, dove si è l’Essere senz’essere il Tutto. Chissà se queste cose sono vere oltre ai miei pensieri. O sono solo parole, cibo per la mente. Come lo stomaco della belva, la mente è attratta dal Tutto e vuole riempirsi e crescere. Oggi ho mangiato la pulce con la mente invece che con lo stomaco. Chissà se anche le menti possono crescere fino a morire, come i vecchi coccodrilli.
Oggi, nella compagnia della mia amica, mi sono sentita grande quanto dieci scimmie. Se solo potessi espandermi ancor di più, al di là di me. Allora potrei essere felice per la leonessa o indifferente come la montagna. Ma qualcosa mi confina ai limiti delle mie braccia e dei miei pensieri. L’unico mio intuito è mangiare e pensare, per poter crescere al di là di queste braccia e di questa mente. Chissà, forse avverrà. O forse anch’io sono solo una pulce e la mia ricchezza passerà alla savana stessa, e starà a lei di crescere… crescere sempre… verso un Tutto che non si vuole».
La scimmia sospirò. Lo spazio di questi pensieri finì, e la sua coda si allentò.
Luca Sassoli de Bianchi